June 3
Il mobile più sostenibile è quello che non butti
Un report dell'evento "Quanto siamo ingombranti?"
Il 20 aprile, in apertura del Fuorisalone, abbiamo riunito una ventina di attori della filiera dell’arredo per ragionare su una domanda scomoda: perché buttiamo via i mobili, e chi è davvero responsabile?
Dal report completo (disponibile qui) emergono alcuni nodi che, con Politecnico di Milano e FederlegnoArredo, integreremo nei progetti europei Cir4Fun, R-evolve e FRANCESCA. Eccoli, in sintesi.
Il mobile non si butta perché smette di funzionare, ma perché smette di piacere: un cortocircuito emotivo alimentato da un mercato che non lascia il tempo di affezionarsi a nulla. E fare appello alla sostenibilità non basta, perché l'80% delle persone compra per ragioni estetiche o pratiche.
La vera sfida è far coincidere la scelta giusta con quella conveniente: non "questo mobile è sostenibile", ma "questa cerniera non si romperà dopo due anni".
Sul fronte della riparabilità, oggi è quasi impossibile intervenire su prodotti incollati, non smontabili, senza ricambi: bisogna quindi agire già in sede di progetto. Ma la riparabilità, a livello sistemico, può essere affrontata anche da altri punti di vista.
Il primo è quello della regolamentazione — e su questo l'Italia è all'avanguardia: il Consorzio Nazionale Sistema Arredo sta costruendo uno schema di Responsabilità Estesa del Produttore, con un accordo già firmato con il Ministero dell'Ambiente.
Il secondo riguarda i modelli di business: la Francia offre un esempio concreto con Ecomaison, che eroga buoni riparazione direttamente agli artigiani, mantenendo vivo un tessuto di competenze essenziale.
Sempre in tema di modelli di business, il Product as a Service - pagare l'uso, non la proprietà - allinea finalmente incentivi economici e ambientali: fare un mobile che dura dieci anni diventa conveniente, non solo virtuoso. Alcune aziende lo stanno già sperimentando nel B2B, ma le sfide sono molteplici: cultura d'impresa orientata al prodotto, necessità di partner finanziari, e il rischio che un mercato basato sull'accesso escluda le fasce di reddito più basse.
Nel frattempo, il regolamento europeo ESPR – Ecodesign for Sustainable Products Regulation, emanato nel 2024, è già realtà e definisce il nuovo quadro normativo per rendere i prodotti più durevoli, riparabili e circolari. I tre progetti stanno già lavorando agli strumenti necessari per tradurre questi principi in pratiche concrete: passaporto digitale del prodotto, manuale di ecodesign, etichettatura ecologica. La direzione è chiara. Ora la sfida è accelerarne l’implementazione attraverso un processo condiviso e partecipativo, capace di coinvolgere tutta la filiera.
Scarica il report completo qui!